Dopo anni di immobilismo tecnico e piccoli aggiornamenti incrementali che hanno lasciato l’amaro in bocca a molti professionisti, GoPro prova finalmente a scuotere il mercato. L’annuncio del nuovo processore GP3 suona come un’ammissione di colpa: la potenza del vecchio GP2 non bastava più per competere con le prestazioni in bassa luce e l’intelligenza artificiale dei competitor. Sulla carta il salto è notevole, ma tra i proclami del marketing e la realtà dei test sul campo c’è di mezzo la resa visiva effettiva: un territorio dove la concorrenza ha dimostrato di saper fare di meglio con sensori più grandi e algoritmi più moderni.

L’architettura a 5 nanometri del GP3 promette finalmente un’efficienza termica degna di nota. È una mossa obbligata, non un regalo: con DJI e Insta360 che hanno alzato l’asticella della qualità d’immagine e della semplicità d’uso tramite l’AI, GoPro si è trovata nell’angolo. Il nuovo NPU (Neural Processor Unit) dedicato dovrebbe permettere alla camera di “capire” la scena, ma la vera domanda è se questa potenza verrà usata per migliorare davvero i video o solo per aggiungere funzioni software pesanti che consumano batteria. Il raddoppio della potenza di calcolo dei pixel è un dato tecnico importante, ma resta da vedere come verrà gestito il rumore digitale, da sempre tallone d’Achille del sensore piccolo di GoPro.

Nicholas Woodman parla di “ingresso nel mercato ultra-premium” e di prestazioni “cinema-grade”. Sono parole forti per un brand che negli ultimi anni ha faticato a innovare il form-factor delle sue camere. Se il GP3 debutterà davvero nel secondo trimestre del 2026, si troverà a scontarsi con generazioni di prodotti della concorrenza già estremamente mature. La sfida è aperta: questo chip è il motore di una vera rinascita o solo l’ennesimo tentativo di mantenere rilevante un hardware che sente il peso degli anni? I fatti si vedranno quando la luce calerà e dovremo premere Rec sotto il sole di luglio.








